L’elogio della manualità nell’opera di Pierfrancesco Solimene

di Antonello Tolve

Vivace e delicato, il programma estetico messo in campo da Pierfrancesco Solimene (classe 1986) setaccia il locale per proiettarsi nel globale con progetti e prodotti che recuperano le radici antropologiche e sociologiche del territorio in cui l’artista dispiega la propria campagna riflessiva. Elaborando una trama linguistica che tende ad inclinare il sistema consumistico contemporaneo, Solimene ritorna alla pausa distensiva e all’intervallo visivo, alla tecnica e all’artigianalità, per fabbricare forme e formule tese non solo a recuperare la manualità, ma anche a fare della tecnica il “Ausgangspunkt” (punto di partenza) e, contemporaneamente, il “Gefrierpunkt” (punto di congelamento) del suo lavoro. La materia e la tecnica adottate sono, difatti, tattiche poetiche: luoghi centrali lungo i quali il lavoro di Solimene prende corpo per sottolineare l’importanza del manufatto – del “fatto a mano”, appunto – che si allunga nei territori del (rigoroso) poverismo e della originarietà, del preziosismo e del necessario, dell’essenza che sottintende l’assenza delle cose.

Antonello Tolve
Ti andrebbe di avviare questo brevissimo dialogo partendo proprio dalle linee generali di questa tua ricerca che mira, come tu avvisi, «all’indicibile necessità di esplorare l’assenza»?

Pierfrancesco Solimene
Il mio lavoro, è legato inevitabilmente ad un sentire la presenza come eccedenza della realtà. Nella percezione di oggetti, luoghi, mi interessa la mancanza, l’impossibilità di un appiglio. Sono appagato se il mio prodotto o quello di qualunque altro mi crea dei problemi, nel senso di turbamento. Desidero sprofondare. Non si tratta di difficoltà di lettura in base alla concettualizzazione dell’opera, ma di una difficoltà di esistere davanti all’opera. Per la mia formazione crescere a Vietri sul Mare è stato fondamentale. Visionando alcune ceramiche fine “800, ho avuto modo di riscontrarne le forme semplici e armoniose, idonee al loro uso. Prodotti di così alto livello sono difficili da trovare, qui l’arte non c’entra, ci si rapporta con la vita.

A.T.
Con “Bacini”, prodotto in occasione della mostra “Wondering Where the ducks Went” presso la Galleria Tiziana Di Caro, la tua riflessione recupera, a me pare, alcuni stratagemmi della cultura Zen. Gli undici pezzi che compongono questo tuo lavoro sembrano presentare, difatti, i segmenti linguistici che portano verso i sentieri della disarmonia e della disparità, del vuoto e dell’aperto. Del disadorno e dell’imperfetto, infine.

Pf. S.
Si. Indago il processo che nega il compimento. I “Bacini” rivelano un principio generatore,“spirituale”, che tende per sua natura a de-concretizzarsi, a farsi vuoto.

A. T.
Il tuo lavoro tende, tuttavia, a giocare anche sul rapporto tra singolarità e moltitudine. Proponi, in realtà, una serialità che declassa il concetto stesso di serialità per riaprire un cielo riflessivo in cui è possibile percepire una volontà creatrice che reitera il piacere della manualità e i territori del particolare, del caratteristico, del singolare.

Pf. S.
Il mio è un dedicarsi “votivamente” ad una produzione manuale, offrirsi a questo. Della serialità mi interessa la nascita di una relazione tra gli elementi, il ripetersi come possibilità esecutiva, senza escludere l’energia del singolo. Come hai accennato, giudico vitale il ritorno ad una pausa distensiva, l’interruzione come depensamento, ritrovare e ritrovarsi.